Come era in Principio, ora e sempre

Io non sono Charlie, io non sono musulmano, io non sono ariano, io non sono noi, io non sono te. Ma chi sono? E tu chi sei per me? Sei mio amico, mio compagno, forse sei mio fratello, oppure sei mio nemico?
Chi ha deciso cosa noi siamo?
Posso definirmi toscano? Qualcuno, a questa domanda potrebbe risentirsene.
Son forse italiano? Certamente tedeschi, francesi e combriccola potrebbero storcere la bocca ad una simile appartenenza.
E allora posso definirmi europeo/occidentale? In Medio Oriente staranno già a scompisciarsi dalle risate per la mia situazione. Già me li vedo, tutti riuniti che si rincuorano l’uno con l’altro:” Beh, poverello. E’ un bravo ragazzo, avrà altre qualità…speriamo per lui”.
Ah ecco. Ho trovato. Posso essere cristiano. Tra l’altro lo dice pure il mio nome.
Chi è con me? Alzate le mani, o visto l’ultimissima moda, alzate le penne (non quelle dei volatili). Guarda quante ce ne stanno. Una miriade. Che bello sentirsi parte di una così grande famiglia. Tutti insieme sotto lo stesso nome: cristiani. Anche tu, fratello francese. Ora che ci penso, non è che poi mi stai tanto simpatico. D’altra parte sei francese: baguettes, torre Eiffel, baschetto, e puzzetta sotto il naso.
Meno male che a mio fianco ci sei te fratello romano….fratello, ora non esageriamo. Sempre con questa storia di Roma capitale, Roma caput mundi. E chi ti par d’essere? Non siamo mica ai fasti romani? Lo sai che siete estinti da secoli? Nessuno ti ha informato vero?
E te milanese? Ne vogliamo parlare? O forse la nebbia ti ha celato quel poco di barlume che ti era rimasto?
Ecco, ora si mette a ridere pure il pisano…il Signore ha avuto giustizia nel mettervi come scolo della Toscana. Non siete capaci neanche a costruire torri.
Dicevamo…ah, il nostro nemico. Nella lista nera capeggiano senza ombra di dubbio quei brutti cattivoni degli islamici. Popolo rozzo, ignorante, sottosviluppato, antidemocratico, antiliberale e maschilista. Le donne (pace alle loro anime) costrette ad indossare abiti assurdi e obbligate a sottomettersi a regole inconcepibili per un moderno umano. Mica come noi, dove il rispetto verso la donna è garantito al 100%: stesse possibilità di lavoro, stessi stipendi, libertà assoluta di vestirsi come una desidera, nessun canone di bellezza martellante alla televisione/radio/internet/posta e-mail (certificata e non), nessuna violenza tra le mura domestiche, no mobbing. Niente di tutto ciò.
Noi siamo un popolo libero. Scegliamo che macchina comprarci ogni 5-6 anni. Che telefonino usare per i prossimi 12 mesi. Che cibo confezionato poter assaporare. Come poterci vestire secondo la moda che noi scegliamo, ma soprattutto, siamo liberi di poter dire e scrivere ciò che cazzo vogliamo. E non ci private di questa libertà. ChissenefregaSeOffendoQualcheVostroParenteForseNonMiSonoSpiegatoCreandoInVoiFraintendimenti. Ci penserà la giustizia. Tanto siamo un popolo giusto non è vero? Va bene, patteggiamo la condanna.
Quanto saranno fanatici gli islamisiti. Con il nome del loro Dio si permettono di uccidere come vogliono, seminando il terrore in lungo e in largo. Noi invece, ci consoliamo con la conoscenza che Dio è con noi, Gott mit uns…oh miseria!!! La frase mi ricorda tanto quella scritta sui cinturoni dei nazisti. Vabbè dai, loro non erano mica tanto cristiani, dicevano di esserlo, ma in realtà facevano altro. Noi siamo ben diversi.
Noi portiamo la civiltà e la cultura nei popoli sottosviluppati. Snaturiamo e ridicoliziamo i loro costumi. Avete mai visto un Hindù girar per le strade scalzo e vestito di sola tunica? Ecco, che brutta immagine, che uomo primitivo. Compratele un comodo paio di scarpe, un vestito all’ultimo grido, ma più di ogni altra cosa, mettiti una mutanda, che con quelle oscenità ai quattro venti ci scandalizzi bambini, passanti e vecchiette.
Io sono il bene, tu sei il male. Io sono il bianco, tu sei il nero. Mi dicono dalle quinte che tra i nostri seguaci c’è qualcuno di pelle scura. Rettifico la mia precedente affermazione: io sono il bianco, poi c’è il bianco un pò più sporco e infine c’è il nero. Mi aggiornano che tra i neri c’è stato un individuo che si è sacrificato per salvare la vita ad altri. Allora ricapitoliamo: io sono il bianco, poi c’è il bianco un pò più sporco e il nero sbiadito, infine c’è il nero.
Che palle però, dover trovare tutte queste differenze non è impresa facile.
Preferivo di più nei film americani, quando l’umanità unita combatteva per la sopravvivenza contro un unico nemico, gli alieni.
Nell’attesa che gli alieni possano venire a farci visita, mi chiudo in riflessione.
Non alzerò penne, non scoppierò colpi di fucile.
In un momento di sconforto, recita un Salmo della Bibbia:”Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre”.
Non avendo nè salici nè cetre a portata di mano, appendo le mie scarpe ad un filo.
Esorcizzando la situazione susurro la litania….Come era in Principio, ora e sempre…………….sperando che un giorno possa essere smentito.

L’amico ritrovato

A te ho affidato un bigliettino. In una tua crepa ho riposto il mio desiderio più grande.
Bentornato amico mio, fratello.

“Non ricordo esattamente quando decisi che Konradin avrebbe dovuto diventare mio amico, ma non ebbi dubbi sul fatto che, prima o poi, lo sarebbe diventato. Fino al giorno del suo arrivo io non avevo avuto amici. Nella mia classe non c’era nessuno che avrebbe potuto rispondere all’idea romantica che avevo dell amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bosogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita. Ho esitato un po’ prima di scrivere che “avrei dato volentieri la vita per un amico”, ma anche ora, a trent’anni di distanza, sono convinto che non si trattasse di un esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia.”

dal libro “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman

Buon anniversario Supertramp

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo

Christopher McCandless (Alexander Supertramp)

Passo dopo passo

 

Non c’è felicità per chi non viaggia, Rohita!

A forza di stare nella società degli uomini,

anche il migliore di loro si perde.

Mettiti in viaggio.

I piedi del viandante diventano fiori,

la sua anima cresce e dà frutti

e i suoi vizi son lavati via dalla fatica del viaggiare.

La sorte di chi sta fermo non si muove,

dorme quando quello è nel sonno

e si alza quando quello si desta.

Allora vai, viaggia, Rohita!

 

Indra, dio protettore dei viaggiatori

“Tiziano Terzani”

Ninna Nanna Under Bombs

Una ninna che forse qualche mamma ha cantanto o stà cantando ai suoi bambini. Perchè tutto è incanto, anche il suono della sirena, il sibilo delle bombe, e il tremore della terra.

Fai la nanna principino,
Fai la nanna cuoricino.
Sogna in grande piccolino,

da domani è tuo il destino.

Chiudi gli occhi, dormi tanto
E vedrai tutto è un incanto.

Rosso, verde, azzurro e oro
Son piu’ belli, mio tesoro.
Viola, arpa e mandolino:
Tutto e’ suono per il mio bambino

Fai la nanna rosellina,
Fai la nanna bambolina.
Dormi bene nel lettino,

Che la mamma è qui vicino.

Chiudi gli occhi, dormi tanto
E vedrai tutto è un incanto.

Rosso, verde, azzurro e oro
Son piu’ belli, mio tesoro.
Viola, arpa e mandolino:
Tutto e’ suono per il mio bambino

buona notte anche a te, fratellino

Bambini, semi contro pietre

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“Un giorno, mi è capitato di girovagare per un parco pubblico. Non uno qualsiasi, ma un bel terreno con piante rigogliose, tavoli da pic-nic e un ampia area attrezzata per i bambini. Un laghetto con anatre starnazzanti ne delimitava i confini lungo uno dei lati.
In cerca d’ombra mi sedetti su una panchina, e con la mente libera da pensieri, iniziai ad osservare quello che mi capitava attorno. Non feci in tempo che la mia attenzione fu rapita da una scena insolita. Nell’area gioco destinata ai più piccoli, vi erano due bambini, di quattro massimo cinque anni. Il primo era accovacciato dentro una di quelle strutture piene di sabbia con i margini ben definiti: due metri di larghezza per tre metri di lunghezza. L’altro, poco distante, correva libero sul manto erboso, mentre tra le mani stringeva due aereoplanini di plastica e simulando non so quale battaglia, ne riproduceva il suono cieco delle bombe. Quest’ultimo era vestito con camicia chiara, una piccola giaccetta nera dello stesso colore dei pantaloni, e in testa una papalina di piccole dimensioni gli ricopriva una minima parte di quei capelli tagliati corti nella parte centrale e lasciati selvaggi crescere in grandi boccoli nei due lati. Il bimbo dentro il box di sabbia era vestito anch’esso con una camicia bianca, un pantalone lungo rovinato dal sole e un pezzo di stoffa lungo a scacchi bianco-scarlatti che riavvolto tra collo e testa lo riparavano dai colpi di vento che ad ogni soffio portava su cumuli di granelli. Con le mani affondate nella sabbia cercava tesori e in realtà creava solo buchi che avrebbe ricoperto in un secondo tempo con altra sabbia. Costruiva così le sue case, i suoi castelli. Il bambino al di fuori, dal canto suo, aveva abbandonato gli areoplanini e armato dei giochi più sofisticati, emulava il coetaneo nella costruzione di edifici principeschi. Case di sei piani prendevano forma sotto i colpi di ruspe e caterpillar. In pochissimi minuti aveva dato vita a città intere. Non bastando lo spazio di un parco intero, il bambino vestito di nero, si avvicinò sempre di più al bambino sabbioso, e soffiando sulle case di quest’ultimo ne reclamava terreno buono per espandere i suoi possedimenti. Fu allora che il bambino sovrastato, tentò di uscire dal box e di godere lui stesso del terreno che lo attnendeva appena fuori pochi millimetri dal suo originario luogo di giochi. Ecco però che accadde l’imprevedibile: due persone adulte che avevano osservato la scena da lontano, si avvicinarano prontamente verso i due bambini. Presi da parte, parlarono per qualche minuto nelle loro orecchie. I bambini tornarono nel loro spazio giochi, mentre le due persone si riallontanarono e si sedettero su una panchina poco distante, con le spalle rivolte alla scena che fino ad allora avevano osservato con molta attenzione. Entrambi i ragazzini nascondevano gelosamente tra le mani qualcosa che era stato donato loro dagli adulti. Il bambino con la pezza a scacchi scarlatta aprì immediatamente le mani e con stupore si ritrovò mille semini neri. Evidentemente non era quello che cercava; lui voleva solo uscire da quel terreno di granelli fini e esser libero di poter spaziare in lungo e in largo. Con la rabbia nel petto, scaraventò i semi verso le case perfette che erano a pochi passi da lui. Il suo intento era quello di distruggerle e per questo motivo applicava una forza disumana. Benchè si sforzasse, i semi si depositavano dolcemente sul terreno, solo qualcuno riusciva a creare qualche danno di lieve entità. Il bambino vestito di nero assistette allo sfogo. Strinse forte i pugni fino a sentire dolore. Qualcosa gli stava lacerando le dita. Aprì le mani e si ritrovò pietre, grandi come biglie e taglienti come rasoi. Era il dono a lui riservatogli da uno dei due adulti. Senza pensarci due volte, lanciò queste verso il box di sabbia. Ad una ad una tutte le costruzioni capitolavano. Il bambino si sentì ferito,e pianse. Le lacrime scesero a fiumi, distruggendo quello che i sassi avevavano risparmiato. I due adulti erano ancora lì, occhi chiusi, spalle alla scena, e mentre sentivono il pianto di un bimbo e il rumore sordo dei sassi che cadono sulla sabbia, abbozzarono un sorriso.”

e la Notte ti scopri Torre

Le notti in ospedale portano sempre un velo di malinconia. Per qualche ora sei immerso in un ambiente spersonalizzante, ripetitivo, illuminato da mille luci che non generano ombre. Fuori è buio, ma neanche te ne accorgi.

Tra le mura di cartongesso e gli interminabili corridoi che delimitano gli spazi vitali si consumano vicende umane: dolore, passione, solitudine, morte.

E te puoi scegliere. Lasciarti annegare o accettare i destini che si propongono violentemente. Nel primo dei casi vaghi come corpo senza anima; nulla sembra intaccarti……sembra.

Nel secondo caso ti fai forza per chi non può averla. Sorridi, un sorriso a volte amaro. Un sorriso appena accennato, a denti serrati. La luce ti protegge, ti rende quasi invalicabile. Ai secondi si sommano i minuti e ai minuti si sommano le ore. La stessa percezione del tempo ne risulta distorta. I tempi si allungano. Le ore passano lente così come un treno quando si lascia dietro la stazione: ritmo lento, cadenzato, scandito dal rumore dei binari.

La gente riposa, o almeno si prende una pausa dopo una battaglia, aspettando la prossima. Le luci si abbassano. Sei solo. Torre non comunicante. Aspetti che succeda qualcosa. Speranza vana. Inizi a sentire le voci dei sorrisi che dibattono tra loro. Ti poni molti domande. Rifletti sugli avvenimenti. Provi rabbia, frustrazione, impotenza. E ti accorgi che la tua mano ha riacceso la luce:

per non vedere, per non sentire.

 

 

Compendio al volo

[ Avviare la musica che trovate qui sotto. Leggete con dovuta attenzione le parole. Cercate di eseguire quanto richiesto. Nel caso ritroviate la cosa impossibile, attenetevi alla seconda parte del brano: la prima è alquanto inutile. Si consiglia di praticarlo in luogo aperto 😉 ]

Levarsi le mani dalle tasche,

scrutarle.

Cos’hanno mai di strano? Dieci dita, cinque a sinistra, cinque a destra.

Fissarle.

Bacchette rachitiche che si intramezzano tra aria e altra aria.

Muovere le dita. Il pollice che sfrega con l’indice:

prima la mano destra destra, poi la sinistra.

Ripetere la sequenza con le altre dita: medio, anulare, mignolo.

Trovare buffa la differenza di stazza tra il pollice e il mignolo.

Sorridere.

Osservare tutte le linee che solcano il nostro palmo.

Prima la sinistra, poi la destra.

Sovrapporre le mani e ammirare la simmetria delle linee che si baciano.

Mani giunte.

Allontanarle da se. Più lontano possibile da loro.

Trovarsi a braccia aperte, tese.

Le ossa si stirano, i muscoli schioccano.

Provare dolore per la posiziona.

Cominciare a muovere le braccia, lentamente.

Avvicinarle al fianco e allontanarle in movimento armonioso.

Aumentarne la velocità.

I piedi si staccano da terra.

Terrore.

Accrescere il dinamismo, espandere i polmoni, maggiorare il ritmo, potenziare la forza, accumulare aria sotto sè, prolungare il respiro, estendere lo sguardo, dilatare i pensieri, elevarsi. Lassù sopra le nuvole.

Aria fredda satura ogni spazio.

Ridere.

Burlarsi di chi è rimasto giù, brillare dei riflessi del sole che scalda il viso, scintillare delle gocce d’acqua, Risplendere.

Smettere di muoversi. Librarsi liberi nel cielo.

Fare capriole impossibili da ripetere sui manti.

Scivolare tra le brezze.

Trovarsi sospesi, affacciarsi all’infinito.

Volgere lo sguardo verso le proprie mani, prima la destra, poi la sinistra.

Ricominciare la discesa,

con gesto torpido. Cautamente.

Toccar terra.

Buon giorno Mondo

                                                           ZdS

Il Circo della Farfalla

Bellissimo video scoperto “quasi” per caso. Oggi giorno è difficile mantenere l’attenzione per pochi minuti e scegliamo su cosa dedicarci in pochissimi istanti. Tante informazioni da elaborare in un breve periodo di tempo. Scegliamo in base alle immagini, ai suoni, alle parole. Dedichiamo qualche sguardo, e poi, se non interessati, ci facciamo avvolgere da altri stimoli, ripetendo all’infinito il ciclo.

Questo video parla delle seconde opportunità,

del trovarsi bruco, poi crisalide e infine farfalla.

Perchè più grande è la lotta, più è glorioso il trionfo.

Buona visione

Il Circo della Farfalla

 

Puntini ne hai?

Avete presente quel movimento pittorico chiamato Puntinismo, in auge nel fine ‘800 che trovava tra le sue file come massimi rappresentanti artisti del calibro di Seurat e Signac?

A volte mi capita di vedermi come un loro dipinto: una moltitudine di puntini di colore diverso accostati insieme. Una trama fitta di colori uguali, simili, estranei; colori caldi, freddi.

Se guardiamo i puntini da una certa vicinanza, non riusciamo a capirne il senso. Sembrano tutti così scollegati tra loro.

Appena ci spostiamo di qualche passo e ci allontaniamo, il disegno appare tutto più chiaro.

Troppo spesso ci limitiamo ad analizzare le nostre piccole azioni quotidiane e dare giudizi troppo affrettati in quello che ci accade. Sentiamo quasi l’esigenza di cercare una motivazione a giustificare del perchè si parla o si agisce seguendo un nostro ipotetico disegno mentale. E nel frattempo aggiungiamo un puntino alla nostra tela.

Un giorno però, ti svegli. Non corri verso il tuo dipinto, ma anzi te ne allontani, mantenendo lo sguardo fisso verso quella accozzaglia di colori. E piano piano vedi formarsi figure, paesaggi.

E ti rendi conto che siamo riusciti a disegnare un uomo che dona il suo fiore più candito.

ZdS